Pesce pescato e allevato. Quali sono i punti di forza che fanno del pesce allevato una garanzia di qualità in Italia e nella UE?

Il pesce prodotto dall’acquacoltura è sano e garantito grazie a controlli effettuati durante tutto il ciclo produttivo, dall’uovo al prodotto destinato al consumo. Inoltre, il pesce di allevamento italiano, grazie alla vicinanza degli impianti di acquacoltura, arriva fresco sulle nostre tavole poche ore dopo essere stato pescato. Dal punto di vista nutrizionale il pesce allevato offre una qualità che non ha nulla da invidiare al pesce selvatico, in particolare per quanto riguarda il contenuto in proteine, in vitamine essenziali, in minerali rari come lo iodio e il selenio e soprattutto in acidi grassi Omega 3 a catena lunga EPA e DHA. Il pesce allevato è nutrito in modo da assicurarne salute e benessere al fine di diventare alimento per tutti sano, gustoso e ricco di nutrienti.

Quali sono le politiche in Europa di sostegno all’acquacoltura?

A livello comunitario il principale sostegno è costituito dal Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP), una parte del quale è destinato all’acquacoltura marina, d’acqua dolce e salmastra.  Il Fondo ha come obiettivi generali il sostegno degli allevatori, l’aiuto alle comunità costiere a diversificare le loro economie e il finanziamento di progetti che creano nuovi posti di lavoro e migliorano la qualità della vita. In questo momento è in corso il programma FEAMP 2014-2020. Altre modalità di sostegno vengono poi dai bandi Interreg che promuovono l’integrazione tra regioni transfrontaliere su progetti specifici, i bandi per la ricerca del programma Horizon 2020 e infine da campagne educative e divulgative sui cittadini o su specifici gruppi (es. studenti), come il programma “Farmed in UE”

Quali sono i numeri dell’acquacoltura in Italia?

Nel corso del 2017, ultimi dati ufficiali API disponibili, il valore generato degli allevamenti di pesci in Italia è stato di 288 milioni di euro in crescita del 3,2% rispetto al 2016, per 59.200 tonnellate di prodotto. Da segnalare la crescita della produzione di orate, salita del 24% in valore e del 25% in quantità (tonnellate), rispettivamente a73,435 milioni di euro e 9.500 tonnellate. Sostanzialmente stabile la produzione di trote, di cui il nostro Paese è tra i maggiori allevatori in Europa, con 35.100 tonnellate e 114,485 milioni di euro. Una curiosità: in Italia si producono 51 tonnellate di caviale di storione l’anno e 1.000 tonnellate di storione da carne.

Quali sono le nuove scoperte rispetto ai benefici del pesce?

Un gruppo di ricerca dell’Università di Gotheborg ha scoperto che una forma della proteina paravalbumina contenuta solo nella carne di pesce ha effetti di prevenzione dello sviluppo di placche cerebrali legate all’Alzheimer ed al Parkinson, agendo di fatto da antagonista al progredire di queste malattie degenerative. La scoperta aggiunge un inedito beneficio del consumo di pesce a quelli già noti, tra cui l’apporto di Omega3, di proteine pregiate e di oligoelementi.

Domande e risposte

Fino a che punto è possibile arrivare oggi nella produzione circolare, senza scarti e integrata di cibo?

Il massimo è costituito dall’acquaponica, dove vengono allevati pesci (e anche crostacei), coltivati ortaggi e verdure, con l’aggiunta di insetti, alghe e funghi, sia come prodotto finale che come mangime. Inoltre, gli scarti non utilizzabili in altro modo vengono sottoposti a digestione anaerobica per produrre biogas che serve a generare energia termica ed elettrica necessaria al funzionamento del sistema stesso.

Perché è importante che il fuori suolo si sviluppi in Italia?

I motivi sono diversi, uno dei maggiori è che consumiamo molti prodotti fuori suolo che per loro natura potrebbero essere coltivati qui. La fine della stagionalità nel consumo di verdura ed ortaggi e la diffusione dei prodotti di IV Gamma (insalate ed ortaggi prelavati, pretagliati e pronti da magiare) ha portato alla crescita dell’importazione, soprattutto nei mesi invernali. Dalla sola Olanda, per esempio, nel 2017 abbiamo importato 56.700 tonnellate di pomodoro, 17.000 di lattuga e 7.500 di indivia belga-olandese coltivati in fuori suolo (idroponica). L’Italia in particolare è il maggiore importatore al mondo di indivia idroponica, grazie alla domanda della IV Gamma.

È vero che gli ortaggi coltivati fuori suolo sono “inferiori” a quelli coltivati in pieno campo?

La scienza e la tecnica agronomica hanno individuato quali sono i parametri che determinano e influenzano la crescita e le caratteristiche dei vegetali, ed è ormai possibile riprodurre in fuori suolo i parametri del pieno campo. Il gusto e l’aspetto di alcuni prodotti non derivano dal loro metodo di coltivazione ma dalle decisioni del produttore in risposta alla domanda di mercato. Inoltre, in fuorisuolo si risparmia a parità di produzione il 90% dell’acqua, si riduce del 95% l’uso di fertilizzanti, e si elimina l’utilizzo di anticrittogamici e pesticidi, mentre la produttività per metro quadro, molto più elevata, più che compensa il consumo energetico per l’illuminazione e il condizionamento. L’energia d’altra parte può essere prodotta utilizzando gli scarti per produrre biogas per la cogenerazione. Infine, essendo la coltivazione idroponica, specie se verticale (vertical farming) indipendente dalla collocazione geografica, le fattorie fuori suolo possono essere realizzate vicino ai luoghi di consumo, o addirittura all’interno (aree urbane), accorciando drasticamente la lunghezza delle catene logistiche, uno dei fattori di maggiore impatto ambientale della produzione di cibo.

Come si possono controllare le proprietà organolettiche di frutta e verdura prodotte nell’indoor farming?

I metodi sono diversi, agendo sulle sementi (per esempio con trattamenti di congelamento e scongelamento, freeze-thaw) e sui parametri ambientali: luce, substrato, irrigazione, fertilizzante e anche contenuto di CO2 nell’aria della serra. Con un attento dosaggio nella somministrazione di luce (intervenendo anche sulle frequenze dello spettro luminoso), di acqua e di fertilizzanti, oltre che con l’uso di substrati più o meno fortificati con microorganismi simbiotici, è oggi possibile controllare ogni caratteristica di una verdura o di un ortaggio. È possibile così programmare il contenuto di zuccheri di un pomodoro (che dipende dallo stress idrico), il sapore più o meno deciso del radicchio, perfino biofortificare alcuni prodotti aumentando il contenuto di oligoelementi. Tutto questo utilizzando il 90% di acqua e fertilizzanti in meno e zero pesticidi e anticrittogamici, partendo da sementi e germogli a qualità costante perché prodotti con tecniche di micropropagazione.

Quali competenze in più deve avere l’agronomo 4.0?

Siamo ormai nel mondo dell’agricoltura 4.0, il che significa l’introduzione, nel mondo tradizionale del trattore e contadino, di moltissime tecnologie: sensori che attraverso lo spessore delle foglie e il loro colore riconoscono le necessità della pianta di acqua e di nutrimenti. Droni che fotografano e monitorano dall’alto la secchezza dei terreni, Robot che raccolgono fragole mature. Dati che si incrociano e così, dai più avanzati centri di ricerca, è possibile condividere informazioni in tutto il mondo. L’agronomo non dovrà più intendersi solo di campi, nutrienti, serre, ma essere preparato sul funzionamento dei led per l’indoor farming, sull’interpretazione dei dati derivati da sensori altamente tecnologici e dotati di Intelligenza Artificiale e capire come la blockchain possa essere uno strumento utile per le sue ricerche più avanzate