Dare a qualcuno del “Merluzzo” (o del Baccalà che è la sua “versione” essiccata) secondo un’immagine figurata della lingua italiana è un po’ come dagli dello stupido, incapace di agire che subisce a bocca aperta.

E’ la cosa dovremmo dire di noi stessi dopo aver letto questa notizia su “Il fatto quotidiano”.

Il Merluzzo è un pesce tipico del Nord Atlantico apprezzato in tutta Europa, talmente apprezzato che è esposto ai rischi di “sovrapesca”. (Il mercato ne vorrebbe di più, se ne pesca troppo, la taglia diminuisce, si pescano pesci talmente piccoli che non hanno raggiunto la maturità sessuale, il pesce non si riproduce, diminuisce ancora e prima o poi rischia di fare la fine del Dodo)

Insomma di merluzzo non ce n’è abbastanza, il mercato lo richiede, è disposto a pagare, dunque bisognerebbe aumentare l’offerta, come fare aumentare le quantità se non c’è pescato? Basta gonfiare quello che c’è! Questo è esattamente quello che si fa con il merluzzo “importato” dalla Cina ai cui  filetti vengono praticate centinaia di micro iniezioni che, quando va bene, sono di acqua e servono a rendere i filetti più gonfi e a dare l’impressione di “carnosità”.

Diciamo “quando va bene” perché talvolta le iniezioni non sono solo di acqua e i filetti vengono trattati con l’E-451, un trifosfato pentasodico che serve a prevenire il processo di ossidazione e il cui impiego è legale nell’Ue, ma solo entro certi limiti e rispettando rigide regole di etichettatura.

L’emittente francese France 5, in una recente inchiesta, ha cercato di far luce sui motivi di questo viaggio improbabile del merluzzo nordico – e i risvolti sono stati a dir poco sorprendenti.

Altre volte abbiamo parlato in questo blog delle numerose criticità che presenta il ciclo del pesce allevato in maniera intensiva in altre occasioni ci troviamo di fronte a problemi di sovrapesca che, come in questo caso, possono sfociare in vere e proprie truffe. Ma il pesce piace, fa bene e può essere economico ed ecologico a patto di allevarlo bene, senza concentrazioni di tipo industriale o come lo alleva chi pratica l’acquaponica, in maniera diffusa, utilizzando i reflui dell’allevamento come nutrienti per le piante.