here Provate ad immaginare un piccolo riquadro terroso a fianco di una strada di periferia, siamo a Napoli ma potrebbe essere lo stesso in qualsiasi altra città. Come lo vedete? Io me lo figuro pieno di “cicche” di sigaretta, quando non addirittura scacchi della spazzatura, un luogo ideale per far defecare i cani senza dover raccattare i loro “regalini”. E invece eccolo: è l’orto di Mustafà.

Giardiniere di professione, migrante per disperazione, Mustafà con un lavoro precario e occasionale si prende cura di qualche metro quadro abbandonato di città. Ce lo racconta “Repubblica” in questo articolo.

Non lo fa per ricavare un reddito ma per integrarsi, per allacciare rapporti, per ricercare sorrisi. Certo non possiamo escludere che l’orto di Mustafà rappresenti la sua “vetrina” in grado di procurargli qualche lavoretto in nero, ma chi potrebbe biasimarlo se non qualche fanatico tifoso della razza!

Mustafà ha trovato da solo il modo di mettere in mostra le sue competenze, ha trovato il suo piccolo “capitale” imprenditoriale nel negozio vicino che gli ha messo a disposizione l’infrastruttura acqua per irrigare, ha lanciato un street crowdfunding ricevendo dagli abitanti della zona sacchi di terriccio

insomma ha dato un senso alla sua attesa. E’ un rifugiato Mustafà, potrà restare Mustafà, non lo sappiamo, dipende dall’iter della sua domanda, ma intanto non spreca il suo tempo in un’inutile attesa, dà gioia e intreccia relazioni.

Penso ora alle migliaia di migranti che abbiamo sparpagliato per la Penisola e che non hanno le stesse competenze e lo stesso spirito d’iniziativa di Mustafà. Stiamo offrendo loro delle opportunità? Intendo dire a tutti, a quelli che dovranno tornare e a quelli che potranno integrarsi. Guardo l’orto di Mustafà e penso alle sue verdure, chissà come sono i terreni da dove vengono i migranti, magari sono aridi, minacciati dal deserto che avanza e non riesce a crescere nulla.

A parte le verdure che centra tutto questo con l’acquaponica? C’entra c’entra perché che li si voglia o meno, che li si accetti o no, ai migranti abbiamo il dovere morale di insegnare qualcosa e che c’è di meglio di un tipo di agricoltura “portatile” che può adattarsi a qualsiasi clima, che consuma il 90% meno dell’acqua impiegata dalle colture tradizionali,  che offre non solo verdure ma anche le proteine nobili del pesce, che può consentire di mettere in pratica una delle abilità migliori del popolo africano, saper arrangiarsi con quello che ha, riparando e adattando qualsiasi cosa.

Certo non è facile insegnare un mestiere, occorre combattere contro la cultura dei luoghi che, sostanzialmente, ripete il ritornello “si è sempre fatto così”. Difficile staccarsi dalle tradizioni, ho una figlia cooperante in Tanzania, dove la savana arida avanza sempre più “mangiandosi” gli ultimi terreni coltivabili, eppure si piantano colture che richiedono grandi quantità d’acqua e che spesso non arrivano a maturazione, il fiero popolo Masai alleva mucche scheletrite che mangiano sterpi rinsecchite e che cagano così secco che le loro feci stentano a rimanere coese come le “boasse” delle mucche nostrane,  lì la legge impedisce la produzione del carbone di legna perchè è una delle leve più forti che favorisce la deforestazione, ma non ne è vietata la vendita (immaginate dove può essere prodotto).

Proviamo ora a pensare dove si potrebbe avere successo a lottare contro le abitudini dannose … dove queste “allentano la morsa”, fuori dunque da quel contesto sociale che spingere a ripetere comportamenti deleteri per l’ambiente. Paradossalmente dunque se c’è un posto dove potrebbe essere più facile formare dei coltivatori con il metodo acquaponico è qui da noi, in Europa, per preparare operai agricoli specializzati o migranti di ritorno con un mestiere in mano. Gli strumenti didattici ci sono, ad esempio il manuale “Small-scale aquaponic food production. Integrated fish and plant farming”. per la collana Fisheries and Aquaculture Technical Paper edito dalla FAO. Autori: Somerville, C., Cohen, M., Pantanella, E., Stankus, A. & Lovatelli, A. Anno 2014, contestualizza proprio in regioni in via di sviluppo la possibilità di insediare attività agricole che utilizzano il metodo acquaponico e fornisce tutto le indicazioni necessarie. Noi di “Akuadulza” l’abbiamo tradotto si potrebbero organizzare corsi di formazione che insegnino i migranti a costruire e gestire un impianto.

Proviamo ad immaginare agli angoli delle nostre strade o fuori dei supermercati persone che anziché cercare di venderti un accendino, chiedere l’elemosina o, nel migliore dei casi, proporti un libro che non leggerai mai, ti offrono un insalata, un cavolo o dei pomodori acquaponici. Non impareranno mai? Proviamoci. Che cosa abbiamo da perdere, che cos’hanno da perdere loro in questi mesi, anni di attesa e di vuoto.

Mario Brignone

Presidente di “Akuadulza”